| Quando
si arriva da Mario Pavese, attraverso una strada sterrata
che conduce fin davanti al cancello della grande casa
di campagna (a San Giovanni di Novellara, in provincia
di Reggio Emilia) col cortile pieno di animali che corrono
e giocano, sembra di entrare in un mondo ormai lontano
nel tempo, ancora molto legato alla terra e alle sue
tradizioni. Non si immaginerebbe mai che dietro la porta
di quella cascina si nasconde il laboratorio di uno
sculture e pittore le cui opere sono esposte in musei
di tutto il mondo.
LA VITA
"Quello di scolpire e dipingere è un
lavoro che faccio da sempre - racconta Pavese -.
Ho una formazione classica, alla quale è seguita
l'accademia, poi gli studi di psicologia. Credo che
senza una grande base culturale difficilmente si riescono
a creare le emozioni necessarie per la realizzazione
di un'opera d'arte".
Da quarant'anni ormai (lui ne ha 58) Mario Pavese porta
avanti la sua attività, dedicandosi contemporaneamente
all'insegnamento della storia dell'arte in scuole di
Modena e Novellara, anche se le sue opere ormai sono
quotate dappertutto. "Ho sempre cercato di
stare al di fuori del mercato" commenta, senza
falsa modestia.
L'ARTE
"Credo che la funzione dell'arte si
al tempo stesso molto complessa e molto semplice. Sono
millenni che l'uomo utilizza l'arte per cercare se stesso,
per esprimere qualcosa che sta alla base del suo essere".
Per Pavese è stata molto istruttiva anche l'esperienza
dei corsi serali di scultura e pittura che tiene nel
suo paese. "In alcuni casi si capisce molto
chiaramente quanto l'individuo abbia bisogno di recuperare
degli interessi profondi come possono essere scultura
e pittura".
"Il mio ideale - continua - è
molto vicino ad una concezione classica di arte e creatività.
Con l'opera d'arte si cerca di tirare fuori qualcosa
da se stessi e proiettarlo all'esterno".
LA FEDE
Seduto sotto il grande Cristo che gli è stato
commissionato da un facoltoso industriale, Mario Pavese
ci racconta anche il suo rapporto con la religione.
"Mi sono sempre definito un ateo - spiega
- che però crede nei valori della religiosità.
Ma negli ultimi anni ho scoperto la fede, che per me
rappresenta la coscienza di cosa la vita ci mette a
disposizione nelle capacità di relazione con
gli altri. La religione mi ha sempre spaventato. Non
riesco ad immaginarmi un uomo pervaso dalla fede. Non
penso che noi umani siamo nelle condizioni di poter
usare questa parola con consapevolezza. C'è un
enorme contesto che ci sovrasta, non possiamo ridurlo
alla nostra dimensione, così come non esiste
un solo Dio, ma tanti dei".
Particolare affetto Pavese lo nutre però per
Gesù Cristo. "Ho amato da sempre la
sua figura - dice -, quello ha sempre rappresentato.
Penso che sia stato il primo grande rivoluzionario della
storia, ha saputo predicare delle regole universali
basate sui bisogni dell'uomo, che non fossero costrizioni.
Predicava se stesso, come i grandi pensatori classici".
LA DONNA
La figura femminile ricopre un ruolo fondamentale nella
poetica di Mario Pavese, che ci racconta: "È
un argomento che utilizzo molto nelle mie opere".
Per rappresentare l'universo femminile infatti, Pavese
ha dato vita ad una serie di sculture rappresentanti
divinità greche, ognuna delle quali contiene
una caratteristica della donna.
"Ho usato dei gessi policromi. Ho scolpito
Elena di Troia, che rappresenta la seduzione, Calipso,
la tentazione, Cassandra, la provocazione Ecuba, che
detiene il posto centrale nel sistema famiglia e Andromaca,
che rappresenta la compagna, l'amante. Insieme compongono
l'universo femminile".
IL PAESE
"Ho un rapporto viscerale con la mia comunità.
Una copia del mio Cristo la regalerò ad una chiesa
di qui. Amo molto la gente di qui, che ha un' operosità
tipicamente emiliana. Credo in un valore altamente altruistico
dei rapporti con la gente. Il momento che più
mi da gioia è quando riesco a dare qualcosa agli
altri. Credo che l'uomo si realizzi compiutamente quando
fa propri i bisogni dei diseredati".
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